Il Sole 24 Ore

Intervento Giorgio Squinzi - Presidente Confindustria


Caro Presidente Rotice, caro Gianni,

cari amici e colleghi,

autorità

con vero piacere sono oggi qui con voi a celebrare un anniversario importante e significativo: i vostri primi 70 anni, i settant’anni di Confindustria Foggia, testimoni dalla vostra forza organizzativa e del ruolo di guida e riferimento che in tanti anni avete svolto in questo territorio, e non solo.

Ruolo a cui siete chiamati particolarmente oggi, in un momento ancora difficile della nostra economia, nella quale per fortuna si stanno diffondendo i primi segnali di una timida ripresa.

Lo stato dell’economia italiana ha diversi angoli visuali : quello delle pesanti conseguenze della crisi; quello dei segnali di recupero, che sono chiari nella direzione, ma non nella forza e nella diffusione; e quello della grande opportunità di ripartire che ci viene dal contesto internazionale favorevole.

Gli effetti della crisi sono stati devastanti e sono sotto gli occhi di tutti.

Un vostro illustre conterraneo, Salvatore Rossi, Direttore Generale della Banca d’Italia, li ha paragonati a quelli di una guerra.

Un paragone forte, che avevamo già utilizzato noi nel giugno del 2012 e che è stato, purtroppo, confermato da quello che è accaduto nei due anni seguenti.

Oggi il PIL è tornato ai livelli del 1997 - 18 anni fa! -, la produzione industriale è diminuita di un quarto ed è ora ai valori del 1986, gli investimenti sono diminuiti di quasi un terzo e le famiglie hanno effettuato una feroce spending review, tagliando sei settimane di consumi - è come se da metà novembre si smettesse di spendere!.

A questo scenario economico corrispondono preoccupanti conseguenze sociali : le persone cui manca il lavoro, in tutto o in parte, sono oltre 8 milioni e le aree di povertà oggettiva stanno interessando fasce sempre più ampie della popolazione.

Un bollettino di guerra, appunto, che non mi porta alla depressione, ma mi chiama, ci richiama a nuove stagioni di responsabilità, continuando con rinnovato impegno i nostri sforzi quotidiani, lavorando duro e sodo, come nostra abitudine, per recuperare il terreno perduto.

D’altra parte, vorrei ricordare che l’Italia non stava benissimo già prima della crisi : soffriva di lenta crescita se il PIL pro-capite, cioè il principale indicatore del benessere, nel 1997 era del 5% superiore alla media dell’Area euro, nel 2007 era del 4% inferiore, nel 2014 addirittura sotto del 14%.

Ora che la situazione sembra in miglioramento, è bene tener presente il gap tra noi e le altre nazioni europee, che nasce dalle profonde difficoltà del Paese di adattarsi ai grandi cambiamenti epocali che sono avvenuti con la globalizzazione e l’accelerazione delle nuove tecnologie ad essa connesse.

Se durante la crisi l’Italia è andata indietro, il Sud è crollato.

Dall’inizio della crisi il PIL meridionale è sceso di quasi il 15%, una flessione più che doppia di quella del Centro-Nord e la Puglia è una delle regioni che ha sofferto di più.

Avendo a mente questi punti di riferimento, guardiamo l’evoluzione attuale della congiuntura italiana.

Anche nel nostro Paese, in ritardo rispetto ai principali partner europei, si è riaffacciata la crescita.

Dopo cinque trimestri consecutivi in cui non si era registrato alcun aumento, nel primo trimestre del 2015 c’è stato finalmente di nuovo un segno più - anche se non nelle dimensioni da noi auspicate - +0,3.

La ripartenza è comunque una buona notizia, che trova conferma in molti indicatori, qualitativi e quantitativi.

È migliorata la fiducia dei consumatori e delle imprese in quasi tutti i settori e i segnali di risalita iniziano a trovare conferme anche negli indicatori quantitativi.

Nell’industria il fatturato e gli ordinativi sono in crescita, e le esportazioni sono in aumento, dentro e fuori l’Area euro, anche se soffriamo molto le difficoltà nei rapporti con la Russia.

Dal mercato del lavoro vengono indicazioni positive e la CIG si sta riducendo assieme alle richieste di sussidi di disoccupazione.

Gli effetti del Jobs Act e della diminuzione degli oneri sociali si vedono soprattutto nell’aumento dei contratti a tempo indeterminato, anche attraverso la trasformazione di quelli temporanei.

Sono segnali importanti, perché mostrano che sensazioni positive e maggiore attività prendono corpo tra settori e territori, anche là dove la crisi è stata più lunga e profonda, e si rafforzano a vicenda.

La strada per risalire è però ancora lunga e ripida.

Se le previsioni in nostro possesso venissero confermate e se poi proseguissimo allo stesso ritmo negli anni successivi, torneremmo ai valori pre-crisi nel 2023.

Vorrebbe dire che avremo perso, con la crisi, sedici anni.

Troppi. Non possiamo permettercelo per la tenuta politica, per quella sociale, per la sostenibilità del nostro welfare, a cominciare dalle pensioni, per la capacità del Paese di stare sui mercati globali.

Dobbiamo assolutamente riuscire a fare di più, molto di più.

Abbiamo di fronte a noi grandi opportunità, offerte da un contesto esterno favorevole : euro meno forte, tassi di interesse ridotti, grazie all’azione della BCE, che a marzo ha iniziato il Quantitative Easing, prezzo del petrolio ridotto e maggiore crescita dei mercati per noi importanti, come gli USA e l’Europa, che compensa la frenata degli emergenti.

Tutti questi fattori forniscono una notevole spinta all’economia italiana, perché aiutano la competitività, riducono il costo del denaro, migliorano i margini delle imprese e aumentano il potere d’acquisto delle famiglie.

Per cui partendo dal timido ¬più 0,3 mi auguro sinceramente che si faccia meglio, perché sono da tempo convinto che l’Italia debba tornare a crescere almeno del 2% all’anno, per tornare a costruire benessere e occupazione.

Riguardo alla spinta favorevole che viene dal contesto esterno, voglio però aggiungere tre brevi note.

La prima è che è una tantum, come se fosse una ricca vincita alla lotteria.

La seconda è che non è detto che rimanga, perché il corso dei tassi di cambio potrebbero tornare a fibrillare e il petrolio a salire, anche se penso che questi valori rimarranno per un tempo abbastanza lungo, perché ci sono le condizioni internazionali a meno di inopinate crisi geopolitiche.

La terza è che questa spinta agisce su tutti i paesi dell’Area euro. È come un vento che soffia per tutti, ma che sta poi a ciascuna barca poter e saper sfruttare al meglio.

Insomma, non dobbiamo e non possiamo assolutamente illuderci. Questi fattori straordinari non hanno mutato la posizione competitiva dell’Italia nei confronti dei nostri principali competitor e non vorrei che proprio le spinte esterne accentuassero il divario di performance dell’Italia, perché sfruttate appieno dalle economie più dinamiche, in grado di cogliere al meglio i venti favorevoli.

L’opportunità dell’avvio della ripresa e della forte spinta esterna deve essere assolutamente colta per accelerare lungo la strada delle riforme strutturali, di cui abbiamo un disperato bisogno.

Il Governo sembra deciso a non mollare e a proseguire con la lena che ha contraddistinto la sua azione da quando è stato formato.

Tuttavia, vanno messo ben in chiaro due aspetti.

Primo. Le riforme, per raggiungere il proprio scopo, devono essere orientate da una visione lungimirante di un modello sostenibile di crescita dell’economia e di sviluppo della società, un modello che ponga al centro l’impresa e il manifatturiero in tutte le sue declinazioni.

Secondo. Le riforme non basta annunciarle e nemmeno approvarle in Parlamento: occorre attuarle.

È il deficit di attuazione quello che è maggiormente mancato per troppi anni. Un deficit che è ben chiaro alle istituzioni internazionali, che periodicamente vengono in Italia a monitorare il quadro del Paese.

Perciò chiedo al Governo di mettere nell’attuazione lo stesso impegno che pone nel varare le riforme.

Da questo punto di vista, il Jobs Act è stato sicuramente un esempio positivo.

L’elenco delle riforme da fare è noto e lungo : superare il bicameralismo perfetto con una riforma costituzionale adeguata ai tempi ed alle necessità di un Paese moderno; rendere efficiente la Pubblica Amministrazione, che, non mi stanco di ripeterlo, è la madre di tutte le riforme; accorciare i tempi nel sistema giudiziario e dare certezza del diritto; accentuare la concorrenza; abbattere una ormai inaccettabile pressione fiscale.

Sul piatto positivo del bilancio di questo anno di governo vanno messi sia l’approvazione della legge delega fiscale, i cui primi decreti legislativi sono stati in parte approvati e aspettiamo i rimanenti, sia la legge anticorruzione, e voi sapete quanto Confindustria sia impegnata su questo fronte e quanto la legalità sia cruciale per la crescita e la produttività.

Sono tutte riforme importanti.

Non bisogna, però, contemporaneamente fare passi indietro anti-mercato e anti-impresa, come è avvenuto con gli ecoreati e con la class action.

Così come va affrontata definitivaemente la questione della tassazione sugli immobili di impresa e in particolare dell’IMU sui macchinari.

Non ci nascondiamo che il contesto presenta numerosi elementi di fragilità e di rischio, sia sul fronte interno sia su quello internazionale, a partire dalla preoccupante l’evoluzione della situazione in Grecia, che speriamo trovi una soluzione in queste ore.

La crisi greca dimostra i difetti della costruzione europea, che non è stata ancora capace di risolvere il conflitto di sovranità tra stati nazionali e istituzioni comunitarie e ora i nodi di questo conflitto vengono al pettine.

Per noi l’Europa è fondamentale, una questione che considero vitale.

Senza unità l’Europa diventerà irrilevante nello scacchiere globale, nonostante sia ancora l’economia più grande del Mondo.

Io continuo a sognare gli Stati Uniti d’Europa, ma è certo che la gestione europea della crisi ci ha fatti allontanare e di molto da questo sogno.

L’Europa in questi anni ha praticato una politica di austerità a ogni costo, che va rettificata da scelte politiche tutte orientate alla crescita ed allo sviluppo.

Per l’Italia, con il suo alto debito pubblico, è sicuramente importante rassicurare i partner europei e i mercati finanziari e quindi dobbiamo assolutamente tenere la barra dritta sulla riduzione del deficit e del rapporto debito/PIL.

Ma questo sforzo dell’Italia, come di altri paesi, deve trovare compensazione proprio in una Europa capace di scelte politiche di solidarietà e sussidiarietà.

Le proposte avanzate al vertice europeo di ieri e oggi muovono nella giusta direzione di creare una politica fiscale unica, ma sono ancora insufficienti alla luce della situazione di crescente frammentazione e di grave difficoltà economica in cui si dibatte gran parte dell’Europa.

Così come assolutamente timido è il Piano Junker, sia nell’ammontare delle risorse messe in campo sia nelle modalità di scelta degli investimenti da sostenere.

Per quanto riguarda l’Italia, il ritorno alla crescita non avviene spontaneamente con le sole riforme, che mi pare di aver detto e ribadito essere cruciali, ma anche con chiare politiche economiche.

Sono fermamente convinto che ogni misura, ogni norma, prima di essere varata, dovrebbe avere una valutazione del suo impatto sulle imprese e sul manifatturiero.

In questi anni di crisi le imprese italiane non hanno mai cessato di credere in questo Paese, ma troppo spesso lo hanno fatto da sole.

Come da sole non hanno mai cessato di innovare e di cambiare, obbedendo alla dura legge del mercato che impone di adottare continui mutamenti se si vuole proseguire l’attività.

L’innovazione è il filo rosso che lega passato e futuro. In particolare l’innovazione di quelle imprese che seguono la propria naturale aspirazione a crescere, in forme e contesti sempre nuovi.

Confindustria stessa si rinnova, per cogliere i bisogni di cambiamento delle imprese e, allo stesso tempo, assecondarli.

Oggi, sul fronte dell’innovazione, si apre una nuova, gigantesca sfida per le imprese italiane.

La sfida dell’industria 4.0, che ha importanti ricadute su tutti i settori produttivi, compresa l’edilizia, con il Building Information Modeling, che può comportare abbattimento dei costi fino al 30%.

Al di là di ogni considerazione, va riconosciuto che è merito delle imprese se l’Italia è, ancora, la seconda potenza industriale d’Europa e la settima nel Mondo.

Su questo fondamentale elemento di forza chiediamo al Governo di puntare con decisione.

Le imprese manifatturiere lo stanno facendo. Nonostante la crisi, il loro tasso d’investimento è rimasto tra i più alti al mondo: 23%, contro il 13% in Germania e Francia.

La quota di imprese innovatrici è pari al 46% del totale, lontano dal 63% tedesco, ma sopra al 43% francese e al 39% britannico.

La sfida è quella della competizione internazionale.

Una sfida sempre più difficile, in uno scenario altamente variabile, con fortissima concorrenza e che impone di adottare strategie sempre nuove.

Le imprese italiane hanno dimostrato di saper tenere il passo di quelle tedesche: negli ultimi quattro anni il nostro export è cresciuto del 3,0% annuo, in linea con il 3,5% della Germania.

E la quota italiana sull’export dei dieci paesi più avanzati è aumentata, mentre quella sul totale mondiale è scesa per effetto dell’ascesa dei paesi emergenti.

Chi esporta, inoltre, vince anche sul mercato interno, in termini di fatturato. Per esportare, infatti, occorre essere all’altezza di mercati sempre più complessi e concorrenziali, acquisendo capacità che poi si dimostrano vincenti anche sul mercato domestico.

Investimenti, internazionalizzazione, qualità dei prodotti, posizionamento nei mercati e lungo le catene globali del valore: sono temi che hanno come comune denominatore quello dell’innovazione.

Che si realizza, in particolare, investendo nei talenti.

Non si può crescere se non ci sono persone preparate e motivate e senza la capacità e la volontà di tirare fuori da ciascuno il meglio.

L’innovazione passa per le persone e nasce dalle persone, le quali sono chiamate esse stesse a fare un investimento nel cambiamento, attraverso la formazione costante.

Tra i talenti che producono innovazione spiccano gli imprenditori, che fanno del cambiamento e del rischio il proprio modo di operare e crescere.

C’è assolutamente bisogno di cultura di impresa e di cultura industriale in questo Paese, per cogliere l’enorme potenziale di crescita racchiuso nelle nostre competenze sposate con le nuove tecnologie.

Una cultura industriale che, a dispetto delle ottime intenzioni che stanno dietro molte riforme, non è certo l’ispiratrice della tassazione dei macchinari imbullonati, che continueremo a denunciare e contro la quale continueremo a batterci in ogni sede.

Questa tassazione scoraggia gli investimenti e tradisce una cultura ostile all’industria.

La cultura di impresa è una parte importante del capitale sociale del Paese. Perché l’impresa è il luogo di incontro tra individui, organizzazione e la società.

Non a caso l’impresa ha una grande responsabilità sociale. Favorisce, ed è favorita, da un sistema basato su equità, responsabilità e virtù civiche, fiducia e rispetto delle regole del gioco.

Con questa consapevolezza Confindustria è impegnata, fin dal 2009, a raccogliere e a diffondere le migliori pratiche imprenditoriali, fornendo così ad altre imprese l’opportunità di adottare strategie vincenti.

La mia Presidenza di Confindustria ha reso il progetto permanente : si chiama Laboratorio per gli studi economici sulle imprese, parla con le imprese e con gli imprenditori, aiuta a capire come ci si confronta e ci si adatta ai mutamenti degli scenari, per far diventare questa conoscenza patrimonio comune di tutto il Sistema Confindustria e, di conseguenza, patrimonio di tutto il nostro Paese.

È questo solo un esempio di come Confindustria stessa stia cambiando.

Lo sforzo di innovazione avviato dalla Riforma Pesenti è totale e investe la governance a tutti i livelli, con forme partecipative e decisionali più aperte e al contempo più rapide e più efficienti.

Siamo infatti consapevoli che, in un’epoca di grandi cambiamenti, l’associazionismo è sempre più necessario.

È indispensabile per leggere fenomeni economici e sociali complessi, effettuare sintesi di elevato livello tra i vari interessi che convivono nel mondo imprenditoriale e affiancare la rappresentanza politica con la competenza tecnica a dialogare con le istituzioni, anche sovranazionali.

È una prosecuzione naturale ed un completamento del ruolo dell’imprenditore, che assume la responsabilità sociale di orientare i comportamenti individuali verso la crescita, a favore del bene comune.

Questa è la vera e unica risposta alle gravi conseguenze della crisi che ho ricordato all’inizio e che rischiano, se non adeguatamente affrontate, di portare a profonde lacerazioni sociali.

Una risposta che parte dalla tensione a imparare e a innovare degli imprenditori e investe tutto il nostro sistema economico e istituzionale.

Una risposta che la vostra lunga vita associativa ha ampiamente dimostrato di saper fornire per qualunque situazione e necessità.

Nella mia visione la continuità ci dà radici, il cambiamento ci regala i rami, lasciando a noi la volontà e la capacità di estenderli e di farli crescere fino a raggiungere nuove altezze.

Con la certezza che continuerete quanto di grande avete fatto in questi primi settant’anni i migliori auguri di una grande e proficuo lavoro.

A tutti noi.

Grazie

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